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Si viene a conoscenza – a partire dalle suggestioni di Madama Fantasia, che apre lo spettacolo e abitandolo quasi in maniera impertinente – dell’esistenza di una giovane attrice che decide di scrivere letteralmente ex novo la Donna de L’Uomo dal fiore in bocca, recuperata dall’opera pirandelliana a protagonista di un vissuto che quello del marito ha sempre messo in ombra, ribaltando pertanto i ruoli, e relegando lui, stavolta, nell’ombra, dietro quel velatino, con quella sua spocchiosa esibizione del suo dolore che impedisce al resto dell’umanità: sua moglie, di manifestare il proprio. Da questa esperienza emerge una nuova consapevolezza: si sente Autrice, adesso, e come tale è intenzionata a scrivere lei le parti migliori della sua vita, da protagonista, in apparente contrapposizione con un Attore, che rivendica invece con orgoglio il suo ruolo di interprete, pur recitando parti scritte da altri, senza per questo rinunciare mai al suo diritto di essere protagonista della propria vita. Una questione che non si risolve, soprattutto quando emerge una inaspettata affinità tra Verità e Fantasia … Ed ecco prendere forma la marginalità impetuosa e tragicomica di Calòiru Pìspisa, costruito su di un precedente studio d’attore preparatorio al ruolo del Norcino nel La sagra del Signore della Nave, realizzata dal Piccolo Teatro di Agrigento nel 1996; di Lora, la tragica protagonista di Sgombero; di Adriano Meis da Il fu Mattìa Pascal… Infine la musica: a parte l’omaggio iniziale a Franco Li Causi, in una versione dissonante appena accennata di Vitti ‘na crozza, e l’omaggio finale a Domenico Modugno, con il ritornello dell’Uomo in frac, la musica originale esclusivamente composta per questo spettacolo ne scandisce il ritmo, e non poteva trovare interprete migliore del respiro di Angelo Sanfilippo, l’identico respiro della sua fisarmonica.